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” Il GRAN RIFIUTO” IN’ ” I DUE PAPI” DI FERNANDO MEIRELLES E IN HABEMUS PAPAM” DI NANNI MORETTI

 

 

09 01 2020.In “Habemus Papam” (2011) firmato da Nanni Moretti, il protagonista è Papa Melville interpretato da un magnifico Michel Piccoli, attore francese di grande fascino e forte personalità capace di incantare il pubblico con la figura di un prelato umile ed ironico, foriero di un nuovo messaggio. La star dichiara la difficoltà di questo ruolo in una splendida intervista uscita su Repubblica.it a Curzio Maltese: “La verità è che la scommessa era terribile perfino per uno, diciamo, piuttosto navigato come me. Già è difficile recitare un Papa, figurarsi un Papa double face come questo. Era come camminare su un filo sospeso, sul ridicolo da una parte e la pretenziosità dall’altra. Alla fine mi sono fidato di quel che capivo del personaggio. Un uomo non umile, non confuso, ma al contrario dotato di una straordinaria lucidità nel comprendere i propri limiti e la grandezza della missione di rinnovamento da compiere» (Michel Piccoli: “Quell’urlo del Papa me l’ha fatto rifare venti volte”, di Curzio Maltese 14 maggio 2011, trovacinema.repubblica.it).

Papa Melville è da poco eletto, deve per tradizione affacciarsi dal loggiato della Basilica di San Pietro e salutare la folla esultante: l’uomo, giunto sulla soglia, viene colto da un violento crollo emotivo, seguito da un grido e da una veloce fuga. Tra mille dubbi e tante perplessità, la Santa Sede chiede aiuto al Dottor Brezzi, il miglior psicanalista di Roma: l’uomo sarà bloccato in Vaticano per timore di una fuga di notizie, come tutti i cardinali chiusi in una specie di lungo conclave.

La seduta di Brezzi al Pontefice avrà un esito fallimentare, avverrà tra mille divieti e circondato da tutti i cardinali, curiosi: il medico fa riferimento alla sua ex moglie, anche lei psicanalista, che ha uno studio in Roma.

Melville, scortato, viene fatto uscire dal Vaticano, approfittando di attimi di libertà scompare nelle strade della capitale, assapora di nuovo la vita che gli farà ricordare il suo antico sogno: quello di diventare attore teatrale. La stampa è affamata, curiosa, comincia a dubitare. Il responsabile delle comunicazioni dello Stato Pontificio sceglie un uomo, la cui sagoma ricorda la figura del Pontefice, il quale accendendo e spegnendo le luci oppure muovendo la tenda simula la presenza di Melville placando gli allarmati cardinali.

Contemporaneamente, il vero Papa si aggira in un teatro mentre gli attori provano “Il Gabbiano” di Cechov, opera che lui conosce benissimo.

Moretti ha tessuto una trama originale, ironica, colma di riflessioni sulle fragilità umane che adagiandosi in un territorio asfittico, appaiono uomini avvolti in una solitudine lontana dalla contemplazione: l’analista insieme ai cardinali è recluso, perché il Papa non si mostra in pubblico, scelgono come via di fuga la dimensione giocosa ed il dialogo. Al centro del film non c’è solo il millenario potere della Chiesa, scosso da un uomo lucidissimo che umilmente riconosce i propri limiti, ma l’accettazione di queste inadeguatezze: gli permettono il “gran rifiuto” come Celestino V. La metaforica rappresentazione teatrale dello spettacolo di Cechov, preannuncia il ritorno di Melville in Vaticano, si affaccerà alla folla dei credenti esultanti libero da ogni costrizione, dichiarando che vuole essere condotto e non è pronto per condurre.

Invece nella produzione Netflix “I due Papi“, diretto da Fernando Meirelles e sceneggiato da Anthony McCarten, interpretato da Jonathan Pryce e Anthony Hopkins, finzione e riferimenti reali si incrociano nell’immaginario incontro romano tra Ratzinger e Bergoglio.

Suscita curiosità la visione del primo incontro tra i due prelati, in lizza nel conclave del 2005, che si conclude con l’elezione papale di Benedetto XVI ed il ritorno del cardinale in Argentina. Anni dopo, Bergoglio scrive una lettera al Pontefice per sollevarsi dall’incarico di Cardinale, ma sarà nei dialoghi romani che Benedetto XVI dichiarerà la sua intenzione di dimettersi, scuotendo il suo interlocutore.

Sono entrambi forti, uniti da una grande Fede, ma completamente diversi. Joseph Ratzinger è un uomo colto, molto conservatore, sembra a tratti burbero: Bergoglio invece è vissuto nelle periferie, conosce la povertà ed ama la condivisione sociale. Nella bellezza dei giardini di Castel Gandolfo e nella sontuosità del Vaticano, una serie di splendidi e lunghi dialoghi accomunano i due in profonde riflessioni, sfocianti in dibattiti accesi con al centro il tema del senso di colpa, il compromesso e la fallibilità. I tanti flashback in bianco e nero carichi di emozioni e tanta amarezza raccontano il vissuto di Bergoglio, mentre i suoi occhi si bagnano di nostalgia. Quei ricordi, irrompendo nel loro presente, creano una improvvisa e umanissima dimensione. I rispettivi timori e paure scivolano nella contemplazione divina. L’alchimia tra le due grandi star rende ancor più graffiante il film che sfocia in una immaginaria confessione, che segna un punto di svolta.

Paola Olivieri

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