Omaggio al Neorealismo

OMAGGIO AL NEOREALISMO

14/06/2016.”Nel cinema italiano degli anni 50 e 60 c’era di tutto, una moltitudine di attori magnifici, di grandi registi, un’inesauribile attenzione alla realtà che andava dalla famosa commedia all’italiana, al cinema politico, a quello intellettuale. Ce n’era per tutti, e gli italiani si schieravano”. (Natalia Aspesi da Repubblica 8 giugno 2008).
Allacciamoci le cinture e scivoliamo nel magico mondo della celluloide, in un passato glorioso, alla riscoperta di qualche emozione capace come sempre di regalarci tanta magia e qualche verità. Il mondo intero invidia all’Italia la seppur breve stagione cinematografica del Neorealismo, che si apre con “Roma città aperta” (1945, regia di Rossellini) e si protrae fino al 1953-56 con film-opera entrati a far parte della storia del Cinema.
Il tema della Resistenza, presente in “Roma città aperta”, era stato precedentemente trattato in “Giorni di Gloria”, firmato da Giuseppe De Santis, Marcello Pagliero, Mario Serandrei e Luchino Visconti, documentario che fu però proiettato dopo il capolavoro di Rossellini. Si trattava di un film esplosione-verità che esprimeva l’oppressione di un popolo, proponendo le sconvolgenti immagini del ritrovamento dei cadaveri delle Fosse Ardeatine, il processo a Koch, a Caruso e la successiva fucilazione. Nei titoli di coda era infatti scritto “A tutti coloro che in Italia hanno sofferto, combattuto l’oppressione nazifascista è dedicato questo film di lotta partigiana e di rinascita nazionale.”
Il movimento neorealista fu una corrente solo italiana, più simile ad un risveglio morale etico – politico; fotografava con fedeltà le drammatiche vicende umane che si incuneavano in un’Italia ancora in via di ricostruzione. Per un breve periodo sembrò che autori diversi quali Zavattini, Rossellini, Visconti, De Sica, De Santis, Lattuada e Zampa fossero uniti e partecipi nel raccontare attraverso nuovi codici un paese lacerato e stanco. Finalmente, il cinema accoglie ed esprime i drammi di vite rese irregolari e quel bisogno euforico e dirompente di quanti volevano raccontare nella ritrovata libertà.
Il popolo ha una nuova sua identità , chiamata “Cinema neorealistico”, che non tradisce la genuinità del singolo, anzi, lo veicola elevandolo a nuovo messaggero di valori.
La macchina da presa ritrae molteplici visioni, finalmente parlano gli sguardi dell’uomo comune, alcuni attori non professionisti bucheranno lo schermo ed i piccoli gesti avranno sempre un significato in quanto intrisi di poesia. La verbosità dialettale fatta di rabbia e disperazione  dialettale erompe. “Te vuo’ abbuscà cinquanta lire?”, “No ne vogli duicente!” Questo breve dialogo proveniente da “Paisà” rivela come sono cambiati i dialoghi tra ragazzini.
Il rinnovamento del desiderio comune di un futuro migliore si materializza cinematograficamente nel dialogo tra Pina e Francesco di “Roma Città aperta”. “Ma quando finirà? Ci sono momenti che non ne posso più. St’inverno sembra che non debba finire mai…”, dice Pina.
Francesco “Finirà, Pina, finirà… e tornerà la primavera e sarà più bella delle altre perché saremo liberi. Bisogna crederlo, bisogna volerlo… Noi lottiamo per una cosa che deve venire, che non può non venire. Forse la strada sarà lunga e difficile… ma arriveremo e lo vedremo un mondo migliore. Soprattutto lo vedranno i nostri figli”, risponde Francesco.
Gli attori non professionisti lasciano il segno, si distinguono per una certa iconicità, rivestono un intenso simbolismo, sono parte di quegli scorci degradati e distrutti. I valori della Resistenza uniscono gli animi, la costante ricerca di un lavoro che non c’è si va sostituendo con piccoli espedienti, la solidarietà tra gli umili si tramuta in una dimensione umana rara, rivelante sensibilità.
Fiumi di inchiostro sono stati versati sul Neorealismo, perché la grande novità è che il popolo si riscopre nel grande schermo, non solo in una dimensione reale quanto drammatica, ma anche in una condivisione emotiva che è rimasta unica.
Condivido pienamente il pensiero di Goffredo Fofi quando, rispetto al Neorealismo, dichiara che “il cinema ha avuto la capacità di inserirsi nella storia della cultura e del costume con una veloce rispondenza e rappresentatività, assente in altri campi”. (“I grandi registi della storia del cinema Dai Lumière a Cronenberg, da Chaplin a Ciprì e Maresco”, Donzelli Editore). I registi, pur coesi, si diversificavano nelle loro scelte, che non sempre ricadevano su attori non professionisti: Rossellini per “Roma Città aperta” chiamò infatti come principali interpreti Anna Magnani e Aldo Fabrizi, così come il raffinato Luchino Visconti, ad eccezione del magnifico “La terra Trema” (1948), si avvalse sempre di attori professionisti.
Francesco Rosi, in qualità di assistente alla regia di Visconti, ricorda che per questo film gli attori non professionisti “finirono poco a poco per identificarsi nei personaggi della sua finzione. I dialoghi li scriveva con l’aiuto degli stessi attori che gli comunicavano la maniera più vera di come avrebbero espresso nella vita quei sentimenti che egli andava loro proponendo per lo sviluppo della sua storia” (dal sito www.luchinovisconti.net La Terra Trema Articolo di Francesco Rosi ). Le lunghe inquadrature di questo film superbamente pittorico invitano ad osservare un’estetica foriera di una nuova visione.
L’attenzione alla cronaca e alla vita quotidiana ha un potere illuminante, la scelta delle ambientazioni reali e di particolari volti, il sovvertimento delle tecniche del montaggio e dell’inquadratura veicolano un nuovo modo di filmare e sono elementi che raccontano un’epoca.
Ma il Neorealismo era mosso da veri principi e colmo di messaggi sociali che non si sono più ripetuti. Questi moderni cantori spingono sul pedale del rinnovamento linguistico, il dialetto esprime una vasta gamma di emozioni come pure la gestualità ed i lunghi silenzi hanno un nuovo potere comunicativo. I veri protagonisti furono i grandi slanci e la solidarietà, parte attiva del processo di ricostruzione del dopoguerra.
La stupenda contraddizione de “L’école italienne de la Libération”, così i francesi ribattezzarono il Neorealismo, è la pregnante rappresentazione della realtà vissuta dal grande pubblico nella sua carica emotiva ma accompagnata da un’ansia di rinnovamento. Non dimentichiamoci che siamo al cinema…
Sarebbe stato lo stesso senza il Fascismo e la Resistenza? Giuseppe De Santis, nel libro “Alle origini del neorealismo” (a cura di Jean A.Gili e Marco Grossi, Bulzoni editore, 2008), dice: “Sono convinto che il cinema neorealistico abbia avuto soprattutto una grande madre, la Resistenza italiana. Senza la Resistenza, senza la caduta del fascismo, senza l’avvento della democrazia il cinema neorealistico, legato alle problematiche nazionali, non sarebbe mai nato”. E aggiunge: “E non è un caso che il protagonista del neorealismo sia – per la prima volta nel cinema italiano – tutto quel popolo che aveva fatto la Resistenza, dai pescatori agli operai, agli artigiani, ai piccoli e medi intellettuali, ecc. Sono loro i protagonisti del cinema neorealistico”.
Ma dove sono i germi del Neorealismo? Cinematograficamente li troviamo in tre opere, “Quattro passi fra le nuvole” di Blasetti (1942), “Ossessione” di Visconti (1943) e “I bambini ci guardano” di De Sica (1944) che, secondo Lino Miccichè (Enciclopedia del Cinema, 2004, Neorealismo), avevano azzerato “l’immaginario del cinema italiano sotto il fascismo”. Tre film rivoluzionari per quell’epoca impregnata dell’atmosfera mussoliniana che sbandierava virilità e solidità familiare.
“Ossessione” rappresenta il vero cambiamento: “suscitò per lunghi mesi polemiche infinite e portò il termine realismo al centro delle discussioni fra intellettuali. Provocò i primi scandali, accese le prime scaramucce tra i conformisti e i non conformisti, contribuì a mettere il movimento formalista in secondo piano e riuscì, più che ogni altro esperimento, a creare un orientamento omogeneo del miglior cinema italiano verso posizioni di ricerca realistica” (“Storia del Cinema” Carlo Lizzani, Castelvecchi).
Per “Ossessione” l’esordiente Luchino Visconti scelse Clara Calamai e, come racconta Giuseppe De Santis (“Alle origini del neorealismo”, Giuseppe De Santis a colloquio con Jean A. Gili, Bulzoni Editore 2008) “la distrusse, cominciò a non truccarla, a scompigliarle i capelli, a farne una donna di campagna, una ex contadina, una barista”. Un film cupo, traboccante di sensualità ma al contempo di straordinaria attualità: la trasformazione di una star in donna vera, dissoluta e frustrata, spinta dai suoi istinti passionali e istigatrice di un delitto con cui sarà difficile condividere l’esistenza. Il regista attraverso la macchina da presa filma gli attori seguendoli come fossero prede. La Calamai non è la sola diva dell’epoca: basti pensare a Doris Duranti, Luisa Ferida e, ancora prima, nel cinema muto, Lyda Borelli e Francesca Bertini, donne fatali e soprattutto inaccessibili, abbigliate con abiti sontuosi, eroine indimenticabili o torbide protagoniste di amori ardenti.
Del Neorealismo ci rimangono film densi di impegno morale, ma la visione concreta della realtà nel grande schermo non piacque a molti. Moravia era tra gli intellettuali interessati a questo fermento. Scriveva: “L’Italia, nella sua storia, non ebbe mai o scarsamente, teatro e romanzo: segno che la società italiana non amò mai conoscersi né criticarsi, né, in fondo, migliorarsi veramente. E, infatti, c’è voluta una catastrofe del calibro di quella del 1943, con l’Italia tagliata in due, tra due eserciti stranieri combattenti, come ai tempi dei goti di Totila e dei greci di Belisario, per ispirare a molti italiani una certa quale generica curiosità per i fatti ‘veri’ di casa loro. Il cinema, bisogna riconoscerlo, anche più del romanzo, è in prima linea nell’aver soddisfatto, almeno in parte, questa lodevole curiosità” (Storia del cinema italiano. Dalle origini agli anni Settanta, Carlo Lizzani, Castelvecchi, 20016, pag. 123).
Zavattini, nella sua relazione al convegno internazionale di Cinematografia (Perugia 1949) incalzava: “Il Neorealismo non può essere interrotto. Sarebbe la fine del cinema, della democrazia, se questo giudizio si interrompesse, e anche lui, il cinema italiano, fosse risucchiato dalla vita vecchia, dalla vita che molti chiamano normale; e che vuol dire inganno…”. Questo nuovo sguardo cinematografico bagnato di sangue e verità, come di problematiche legate al singolo, supererà i confini e Georges Auriol nel 1946 scriverà su “Revue du cinéma”: “Non c’è dubbio che oggi in Europa, se non nel mondo, è a Roma che il cinema ha la sua testa”.
In effetti, Roma era un crocevia di intellettuali, pittori, registi, sceneggiatori, che avevano nei caffè letterari e nei locali di via Veneto il loro punto di incontro. “Stavamo tutti quanti dentro lo stesso triangolo, fra Piazza di Spagna, Piazza Mignanelli e Piazza San Silvesto”, racconta Mario Monicelli nell’intervista pubblicata nel libro “Mario Monicelli. Con il cinema non si scherza”, conversazione con Goffredo Fofi (Edizioni Cineteca di Bologna, 2008) . “Circolavano le idee e c’era quello che aveva i soldi da impiegare… c’era di tutto e tutto nasceva da lì, da queste vie, piazze e piazzette romane”.

Paola Olivieri

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